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Rime 161 - 164 (3)
#1
CLXI.

Che mi giova mirar donne e donzelle,
e prati e selve e rivi, e ‘l bel governo,
che fa del mondo il buon motore eterno,
mar, terra, cielo, e vaghe o ferme stelle?

Spenta colei, ch’un sol fu tra le belle
e tra le sagge, or è mio nembo interno:
forme d’orror mi sembra quant’io scerno;
esser cieco vorrei per non vedelle.

Ch’i’ non so volger gli occhi a parte, ov’io
non scorga lei fra molte meste, o lasso,
chiuder morendo le sue luci sante.

Ond’io viver non curo, anzi desio
di girle dietro con veloce passo;
et era me’, ch’i’ le fossi ito avante

CLXIII.

O Sol, di cui questo bel sole è raggio,
Sol, per lo qual visibilmente splendi,
se sovra l’opre tue qua giù ti stendi,
riluci a me, che speme altra non aggio.

Da l’alma, ch’a te fa verace omaggio
dopo tanti e sì gravi suoi dispendi,
sgombra l’antiche nebbie e tal la rendi,
che più dal mondo non riceva oltraggio.

Omai la scorga il tuo celeste lume,
e se già mortal fiamma e poca l’arse,
a l’eterna et immensa or si consume

tanto, che le sue colpe in caldo fiume
di pianto lavi e, monda, da levarse
e rivolar a te vesta le piume.

CLXIV.

Se già ne l’età mia più verde e calda
offesi te ben mille e mille volte,
e le sue doti l’alma ardita e balda,
da te donate, ha contra te rivolte,

or che m’ha ‘l verno in fredda e bianca falda
di neve il mento e queste chiome involte,
mi dona, ond’io con piena fede e salda,
Padre, t’onori e le tue voci ascolte.

Non membrar le mie colpe, e poi ch’adietro
tornar non ponno i mal passati tempi,
reggi tu del camin quel che m’avanza;

e sì ‘l mio cor del tuo desio riempi,
che quella, che ‘n te sempre ebbi, speranza,
quantunque peccator, non sia di vetro
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