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Rime 041 - 060 (17)
#1
XLI.

Donne, ch’avete in man l’alto governo
del colle di Parnaso e de le valli,
che co’ lor puri e liquidi cristalli
riga Ippocrene e ‘l bel Permesso eterno,

se mai non tolga a voi state né verno
poter guidar cari amorosi balli,
scrivete questo in su duri metalli,
che la vecchiezza e ‘l tempo abbiano a scherno:

nel mille cinquecento e dieci avea
portato a Marte il ventesimo giorno
Febo, e de l’altro dì l’alba surgea,

quando al Signor de l’universo piacque
far di sì dolce pegno il mondo adorno,
e ‘l chiaro Federico a noi rinacque.

XLII.

Se dal più scaltro accorger de le genti
portar celato l’amoroso ardore
in parte non rileva il tristo core
né scema un sol di mille miei tormenti,

sapess’io almen con sì pietosi accenti
quel, che dentro si chiude, aprir di fore,
ch’un dì vedessi in voi novo colore
coprir le guancie al suon de’ miei lamenti.

Ma sì m’abbaglia il vostro altero lume,
ch’inanzi a voi non so formar parola
e sto qual uom di spirto ignudo e casso.

Parlo poi meco e grido e largo fiume
verso per gli occhi, in qualche parte sola,
e dolor, che devria romper un sasso.

XLIII.

Lasso me, ch’ad un tempo e taccio e grido
e temo e spero e mi rallegro e doglio,
me stesso ad un Signor dono e ritoglio,
de’ miei danni egualmente piango e rido.

Volo senz’ale e la mia scorta guido,
non ho venti contrarî e rompo in scoglio,
nemico d’umiltà non amo orgoglio,
né d’altrui né di me molto mi fido.

Cerco fermar il sole, arder la neve,
e bramo libertate e corro al giogo,
di fuor mi copro e son dentro percosso

Caggio, quand’i’ non ho chi mi rileve;
quando non giova, le mie doglie sfogo,
e per più non poter fo quant’io posso.

XLIV.

Lasso, ch’i’ piango e ‘l mio gran duol non move
tanto presente mal, quanto futuro;
che se ‘l tuo calle, Amor, è così duro,
che fia di me, che non so gir altrove?

Poi che non valse a le tue fiamme nove
il ghiaccio, ond’io credea viver securo,
se ‘l mio debile stato ben misuro,
certo i’ cadrò ne le seconde prove.

Ché son sì stanco, e tu più forte giungi,
onde assai temo di lasciar tra via
questa ancor verde e già lacera scorza.

Sostien molta virtù noiosa e ria
sorte talor, ma frale e vinta forza
non pò grave martir portar da lungi.

XLV.

Cantai un tempo, e se fu dolce il canto,
questo mi tacerò, ch’altri il sentiva;
or è ben giunto ogni mia festa a riva,
et ogni mio piacer rivolto in pianto.

O fortunato, chi raffrena in tanto
il suo desio, che riposato viva;
di riposo, di pace il mio mi priva:
così va, ch’in altrui pon fede tanto.

Misero, che sperava esser in via
per dar amando assai felice exempio
a mille, che venisser dopo noi

Or non lo spero; e quanto è grave et empio
il mio dolor, saprallo il mondo, e voi,
di pietate e d’Amor nemica e mia.

XLVI.

Correte, fiumi, a le vostre alte fonti,
onde, al soffiar de’ venti or vi fermate,
abeti e faggi, il mar profondo amate,
umidi pesci, e voi gli alpestri monti.

Né si porti depinta ne le fronti
alma pensieri e voglie inamorate;
ardendo ‘l verno, agghiacci omai la state,
e ‘l sol là oltre, ond’alza, inchini e smonti.

Cosa non vada più, come solea,
poi che quel nodo è sciolto, ond’io fui preso,
ch’altro che morte scioglier non devea.

Dolce mio stato, chi mi t’ha conteso?
com’esser pò quel ch’esser non potea?
O cielo, o terra, e so ch’io sono inteso.

XLVII.

Or c’ho le mie fatiche tante e gli anni
spesi in gradir Madonna, e lei perduto
senza mia colpa, e non m’hanno potuto
levar di vita gli amorosi affanni,

perché vaghezza tua più non m’inganni,
mondo vano e fallace, io ti rifiuto,
pentito assai d’averti unqua creduto,
de’ tuoi guadagni sazio e de’ tuoi danni.

Ché poi che di quel ben son privo e casso,
che sol volli e pregiai più che me stesso,
ogni altro bene in te dispregio e lasso.

Col monte e col suo bosco ombroso e spesso
celerà Catria questo corpo lasso,
infin ch’uscir di lui mi sia concesso.

XLVIII.

Solingo augello, se piangendo vai
la tua perduta dolce compagnia,
meco ne ven, che piango anco la mia:
inseme potrem fare i nostri lai.

Ma tu la tua forse oggi troverai;
io la mia quando? e tu pur tuttavia
ti stai nel verde; i’ fuggo indi, ove sia
chi mi conforte ad altro, ch’a trar guai.

Privo in tutto son io d’ogni mio bene,
e nudo e grave e solo e peregrino
vo misurando i campi e le mie pene.

Gli occhi bagnati porto e ‘l viso chino
e ‘l cor in doglia e l’alma fuor di spene,
né d’aver cerco men fero destino.

XLIX.

Dura strada a fornir ebbi dinanzi,
quando da prima in voi le luci apersi:
tanti sol una vista e sì diversi
e sì gravi martir vien che m’avanzi.

Vissi quel dì per più non viver, anzi
per morir ciascun giorno, e gli occhi fersi
duo fonti, e s’io dettai rime né versi,
tristi, non lieti fur, com’eran dianzi.

Nega un parlar, un atto dolce umile,
e corre al velo sì, come a siepe angue,
per orgoglio talor donna gentile.

Mirar sempre a diletto alma che langue,
nulla già mai gradir servo non vile,
questo è le mani aver tinte di sangue.

L.

O per cui tante invan lagrime e ‘nchiostro,
tanti al vento sospiri e lode spargo,
non ch’Apollo mi sia cortese e largo
di quel, onde s’eterni il nome vostro,

ma dico, che non oro o gemme od ostro
fer col pastor Ideo la donna d’Argo,
né con Giove e Giunone e gli occhi d’Argo,
Io famosa passar al secol nostro;

e se mercé de’ lor fidi scrittori
l’una sen’ va col pregio di beltade,
l’altra ebbe là sul Nilo altari e tempio,

voi perché no alcun segno di pietade
darmi talor, ch’io vinca il duro scempio,
e questa penna, come pò, v’onori?

LI.

Se vòi ch’io torni sotto ‘l fascio antico,
che tu legasti, Amor, forza disciolse,
e sparso in parte un desir poi raccolse,
più di constanzia che di pace amico,

rendimi il ricco sguardo, onde mendico
fui gran tempo, e, qual pria ver me si volse
Madonna e ‘l mio cor timido raccolse
in grembo al suo penser saggio e pudico,

mirando a la sua fede ferma e pura,
a la mia grave e travagliata sorte,
di lor certa e pietosa, or ne raccoglia.

Ma non la cange poi chiara od oscura
vista del ciel, ché ‘n sofferir gran doglia
non sarei più, Signor, come già, forte.

LII.

Con la ragion nel suo bel vero involta
l’ardito mio voler combatte spesso
di speme armato, e movono con esso
falsi pensieri a larga schiera e folta.

Ivi se la vittoria erra tal volta
nel primo incontro e non si ferma expresso,
han per lo più gli assalti un fine stesso,
che la miglior si torna in fuga volta.

Alor senza sospetto il vano e folle
10 di me trionfa a pieno arbitrio, e parte
s’avanza in far le sue brame contente.

Ma tosto il cor doglioso e ‘l petto molle
gli mostran, quant’è il peggio assai sovente,
di quel, che piace, aver alcuna parte.

LIII.

Questo infiammato e sospiroso core
di duol trabocca, e gli occhi ognior più desti
sono al pianger, e l’alma i più molesti
messi introduce e scaccia i lieti fore.

Antifonte, che orando alto dolore
nei turbati sedar già promettesti,
vedendo or la mia pena, ben diresti
che l’arte tua di lei fosse minore.

Ma tu sanavi quei, ch’avean desire
di lor salute, e molte afflitte menti
forse quetò la tua leggiadra lingua.

Io son del mio mal vago, e del morire
sarei, se non ch’i’ temo a’ miei tormenti
apporti fine e ‘l grave incendio extingua.

LIV.

Speme, che gli occhi nostri veli e fasci,
sfreni e sferzi le voglie e l’ardimento,
cote d’amor, di cure e di tormento
ministra, che quetar mai non ne lasci,

perché nel fondo del mio cor rinasci,
s’io te n’ho svelta? e poi ch’io mi ripento
d’aver a te creduto e ‘l mio mal sento,
perché di tue impromesse ancor mi pasci?

Vattene ai lieti e fortunati amanti
e lor lusinga, a lor porgi conforto,
s’han qualche dolci noie e dolci pianti.

Meco, e ben ha di ciò Madonna il torto,
le lagrime son tali e i dolor tanti,
ch’al più misero e tristo invidia porto.


LVIII.

Se ‘l foco mio questa nevosa bruma
non tempra, onde verrà, che sperar possa
refrigerio al bollor, che mi disossa,
né cal di ciò chi m’arde e mi consuma?

L’antica forza, che qual leve piuma
soprapose Ossa a Pelio, Olimpo ad Ossa,
non fu d’amor e di pietà sì scossa,
e mar, quando più freme irato e spuma,

non cura men le dolorose strida
de la misera turba, che si vede
perir nel frale e già sdruscito legno,

ched ella i prieghi miei: dura mercede.
Ma così va, chi per sua luce e guida
prende bel ciglio e non cortese ingegno.

LIX.

Se deste a la mia lingua tanta fede,
Madonna, quanta al cor doglia e martiri,
non girian tutti al vento i miei sospiri,
né sempre indarno chiederei mercede.

Ma ‘l vostro duro orgoglio, che non crede
al mio mal, perch’io parli ancora e spiri,
cagion sarà, ch’i miei brevi desiri
finisca morte, che già m’ode e vede.

E io ne prego lei e chi mi strinse
nel forte nodo, alor che prima in noi
un sol piacer ben mille ragion vinse;

che potrà sempre il mondo dir di voi:
questa fera e crudele a morte spinse
un, che l’amò via più che gli occhi suoi.

LX.

Rime leggiadre, che novellamente
portaste nel mio cor dolce veneno,
e tu stil d’armonia, di grazia pieno,
com’ella, che ti fa, puro e lucente,

vedete quanto in me veracemente
l’incendio cresce e la ragion ven meno;
e se nel volto no ‘l dimostro a pieno,
dentro è ‘l mio mal, più che di fuor, possente.

Sappia ogniun, ch’io vorrei ben farvi onore,
tal me ne sprona; e si devea per certo,
lasso, ma che pò far un che si more?

Era ‘l sentier da sé gravoso et erto
a dir di voi: or tiemmi il gran dolore
d’ogni altro schivo e di me stesso incerto
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