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Rime 001 - 020 (17)
#1
Pietro Bembo
1470 - 1547 Italien

Rime

I.

Piansi e cantai lo strazio e l’aspra guerra,
ch’i’ ebbi a sostener molti e molti anni
e la cagion di così lunghi affanni,
cose prima non mai vedute in terra.

Dive, per cui s’apre Elicona e serra,
use far a la morte illustri inganni,
date a lo stil, che nacque de’ miei danni,
viver, quand’io sarò spento e sotterra.

Ché potranno talor gli amanti accorti,
queste rime leggendo, al van desio
ritoglier l’alme col mio duro exempio,

e quella strada, ch’a buon fine porti,
scorger da l’altre, e quanto adorar Dio
solo si dee nel mondo, ch’è suo tempio.

II.

Io, che già vago e sciolto avea pensato
viver quest’anni, e sì di ghiaccio armarme
che fiamma non potesse omai scaldarme,
avampo tutto e son preso e legato.

Giva solo per via, quando da lato
donna scesa dal ciel vidi passarme,
e per mirarla, a piè mi cadder l’arme,
che tenendo, sarei forse campato.

Nacque ne l’alma inseme un fero ardore,
che la consuma, e bella mano avinse
catene al collo adamantine e salde.

Tal per te sono, e non men’ pento, Amore,
purché tu lei, che sì m’accese e strinse,
qualche poco, Signor, leghi e riscalde.

III.

Sì come suol, poi che ‘l verno aspro e rio
parte e dà loco a le stagion migliori,
giovene cervo uscir col giorno fuori
del solingo suo bosco almo natio,

et or su per un colle, or lungo un rio
gir lontano da case e da pastori,
erbe pascendo rugiadose e fiori,
ovunque più ne ‘l porta il suo desio;

né teme di saetta o d’altro inganno,
se non quand’egli è colto in mezzo ‘l fianco
da buon arcier, che di nascosto scocchi;

tal io senza temer vicino affanno
moss’il piede quel dì, che be’ vostr’occhi
me ‘mpiagar, Donna, tutto ‘l lato manco.

IV.

Picciol cantor, ch’al mio verde soggiorno
non togli ancor le tue note dolenti,
ben riconosco in te gli usati accenti,
ma io, qual me n’andai, lasso, non torno.

Alta virtute e bel sembiante adorno
dier lo mio debil legno a fieri venti:
tosto avrai tu, chi suoi novi lamenti
giunga agli antichi tuoi la notte e ‘l giorno.

Già m’hai veduto a questo fido orrore
venir co’ miei pensieri amici appresso,
e lieto, et io di me vivea signore.

Or mi vedrai col mio nimico expresso,
e far de la mia pena cibo al core,
del ciglio altrui sproni e freno a me stesso

V.

Crin d'oro crespo e d'ambra tersa e pura,
ch'a l'aura su la neve ondeggi e vole,
occi soavi e più chiari che 'l sole,
da far giorno seren la notte oscura,

riso, ch'acqueta ogni aspra pena e dura,
rubini e perle, ond' escono parole
sí dolci, ch'altro ben l'alma non vòle,
man d'avorio, che i cor distringe e fura,

cantar, che sembra d'armonia divina,
senno maturo a la più verde etade,
leggiadria non veduta unqua fra noi,

giunta a somma beltà somma onestade,
fur l'esca del mio foco, e sono in voi
grazie, ch'a poche il ciel largo destina.

VI.

Moderati desiri, immenso ardore,
speme, voce, color cangiati spesso,
veder, ove si miri, un volto impresso,
e viver pur del cibo, onde si more,

mostrar a duo begli occhi aperto il core,
far de le voglie altrui legge a se stesso,
con la lingua e lo stil lunge e da presso
gir procacciando a la sua donna onore,

sdegni di vetro, adamantina fede,
sofferenza lo schermo e di pensieri
alti lo stral e ‘l segno opra divina,

e meritar e non chieder mercede,
fanno ‘l mio stato, e son cagion ch’io speri
grazie, ch’a pochi il ciel largo destina


VII.

Poi ch’ogni ardir mi circonscrisse Amore
quel dì, ch’io posi nel suo regno il piede,
tanto ch’altrui, non pur chieder mercede,
ma scoprir sol non oso il mio dolore,

avess’io almen d’un bel cristallo il core,
che, quel ch’i’ taccio e Madonna non vede
de l’interno mio mal, senza altra fede
a’ suoi begli occhi tralucesse fore;

ch’io spererei de la pietate ancora
veder tinta la neve di quel volto,
che ‘l mio sì spesso bagna e discolora.

Or che questo non ho, quello m’è tolto,
temo non voglia il mio Signor, ch’io mora:
la medicina è poca, il languir molto.

VIII.

— Ch’io scriva di costei, ben m’hai tu detto
più volte, Amor; ma ciò, lasso, che vale?
Non ho né spero aver da salir ale,
terreno incarco a sì celeste obietto .—

— Ella ti scorgerà, ch’ogni imperfetto
desta a virtute, e di stil fosco e frale
potrà per grazia far chiaro immortale,
dandogli forma da sì bel suggetto .—

— Forse non degna me di tanto onore .—
— Anzi nessun; pur se ti fidi in noi,
esser pò, ch’arco in van sempre non scocchi .—

— Ma che dirò, Signor, prima? che poi? —
— Quel, ch’io t’ho già di lei scritto nel core,
e quel, che leggerai ne’ suoi begli occhi .—

IX.

Di que’ bei crin, che tanto più sempre amo,
quanto maggior mio mal nasce da loro,
sciolto era il nodo, che del bel tesoro
m’asconde quel, ch’io più di mirar bramo;

e ‘l cor, che ‘ndarno or, lasso, a me richiamo,
volò subitamente in quel dolce oro,
e fe’ come augellin tra verde alloro,
ch’a suo diletto va di ramo in ramo.

Quando ecco due man belle oltra misura,
raccogliendo le treccie al collo sparse,
strinservi dentro lui, che v’era involto.

Gridai ben io, ma le voci fe’ scarse
il sangue, che gelò per la paura:
intanto il cor mi fu legato e tolto.

X.

Usato di mirar forma terrena
quest’anni adietro e torbido splendore,
vidi la fronte, di celeste onore
segnata e più che sol puro serena.

Corsemi un caldo alor di vena in vena
dolce et acerbo e passò dentro al core,
del qual poi vissi, come volle Amore,
ch’or pace e gioia, or mi dà guerra e pena.

La pena è sola, ma la gioia mista
d’alcun tormento sempre, e quella pace
poco secura, onde mia vita è trista.

E ‘l divin chiaro sguardo sì mi piace,
ch’io ritorno a perir de la sua vista,
come farfalla al lume che la sface.

XI.

Ove romita e stanca si sedea
quella, in cui sparse ogni suo don natura,
guidommi Amor, e fu ben mia ventura,
che più felice farmi non potea.

Raccolta in sé, co’ suoi pensier parea
ch’ella parlasse; ond’io, che tema e cura
non ho mai d’altro, a guisa d’uom che fura,
di paura e di speme tutto ardea.

E tanto in quel sembiante ella mi piacque,
che poi per meraviglia oltre pensando,
infinita dolcezza al cor mi nacque;

e crebbe alor che ‘l bel fianco girando
mi vide, e tinse il viso, e poi non tacque:
— Tu pur qui se’, ch’io non so come o quando .—

XII.

Amor, che meco in quest’ombre ti stavi,
mirando nel bel viso di costei,
quel dì che volentier detto l’avrei
le mie ragion, ma tu mi spaventavi,

ecco l’erbetta e i fior lieti e soavi,
che preser nel passar vigor da lei,
e ‘l ciel, ch’acceser que’ begli occhi rei,
che tengon del mio petto ambe le chiavi.

Ecco ove giunse prima e poi s’assise,
ove ne scorse, ove chinò le ciglia,
ove parlò Madonna, ove sorrise.

Qui come suol, chi se stesso consiglia,
stette pensosa: o sue belle divise,
come m’avete pien di meraviglia!


XIII.

— Occhi leggiadri, onde sovente Amore
move lo stral, che la mia vita impiaga,
crespo dorato crin, che fai sì vaga
l’altrui bellezza e ‘l mio foco maggiore,

e voi, man preste a distenermi ‘l core
e più profonda far la mortal piaga,
se del vedervi sol l’alma s’appaga,
perché sì rado vi mostrate fore? —

— Non ti doler di noi, che ne convene
seguir le voglie de la donna nostra:
di’ questo a lei, che ‘n tal guisa ne tene .—

— Pur potess’io; ma con la vista vostra
m’abbaglia sì, ch’a forza le mie pene
oblio tutte, ov’ella mi si mostra .—

XIV.
Porto, se ‘l valor vostro arme e perigli
guerreggiando piegâr né mica unquanco,
e Marte v’ha tra’ suoi più cari figli,
difendervi d’Amor non potrete anco.

Non val, perch’uom di ferro il petto e ‘l fianco
si copra, e spada in mano o lancia pigli,
con lui, che spesso Giove e tutto stanco
ha ‘l ciel, non ch’ei qua giù turbe e scompigli.

Più gioverà mostrarvi umile e piano
e volontariamente preso andarne,
com’ho fatt’io, che contrastar invano.

Anzi pregate, poi ch’egli ha in sua mano
nostra vita, né pote altro salvarne,
vi doni a cor non da pietà lontano

XVIII.

Come si converria, de’ vostri onori
s’io non canto, Madonna, e non ragiono,
ben me ne dee venir da voi perdono:
ché da la chiara e gran virtute vostra,

ch’è quasi un sol, ch’ogni altro lume adombra,
e da quella celeste alma beltade,
cui par non vide o questa od altra etade,
quand’io vo per ritrarle,

tal diletto e sì novo a me si mostra,
che l’alma in tanto resta vinta e sgombra
di saper, e lo stil non pò formarle,

ch’al ver non sian pur come sogno et ombra;
se non in quanto a voi fan puro dono
de la mia fede e testimon ne sono.

XIX.

O imagine mia celeste e pura,
che splendi più che ‘l sole agli occhi miei
e mi rassembri ‘l volto di colei,
che scolpita ho nel cor con maggior cura,

credo che ‘l mio Bellin con la figura
t’abbia dato il costume anco di lei,
che m’ardi, s’io ti miro, e per te sei
freddo smalto, a cui giunse alta ventura.

E come donna in vista dolce, umile,
ben mostri tu pietà del mio tormento;
poi, se mercé ten’ prego, non rispondi.

In questo hai tu di lei men fero stile,
né spargi sì le mie speranze al vento,
ch’almen, quand’io ti cerco, non t’ascondi


XX.

Son questi quei begli occhi, in cui mirando
senza difesa far perdei me stesso?
È questo quel bel ciglio, a cui sì spesso
invan del mio languir mercé dimando?

Son queste quelle chiome, che legando
vanno il mio cor, sì ch’ei ne more expresso?
O volto, che mi stai ne l’alma impresso,
perch’io viva di me mai sempre in bando,

parmi veder ne la tua fronte Amore
tener suo maggior seggio, e d’una parte
volar speme, piacer, tema e dolore;

da l’altra quasi stelle in ciel consparte,
quinci e quindi apparir senno, valore,
bellezza, leggiadria, natura et arte.
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